DIRE – Prevenzione dei terremoti, in Italia servirebbero 219 miliardi in 30 anni
- 17 Dicembre 2024
Roma – Affrontare l’emergenza sismica in Italia passando dalla logica del ricostruire a quella di prevenire e mitigare gli effetti. Questo l’appello lanciato oggi durante la settima edizione della ‘Giornata Nazionale della Prevenzione Sismica’ dagli organizzatori dell’evento, la Fondazione Inarcassa, il Consiglio Nazionale degli Ingegneri e il Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori. Un appello condiviso alla luce dei danni provocati dai terremoti in Italia e presentati in un’analisi che ha mostrato per la prima volta non solo gli effetti primari dei terremoti, ma anche i costi secondari, cioè quelli che si aggiungono ai danni subiti dalle persone e dagli edifici, e che vanno a impattare in maniera severa sulle economie dei territori coinvolti, come la disoccupazione, il Pil, lo spopolamento e la perdita dei beni culturali.
All’evento hanno partecipato, tra gli altri, il ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare, Nello Musumeci, il presidente di Inarcassa, Giuseppe Santoro, il presidente della Fondazione Inarcassa, Andrea De Maio, il presidente del Consiglio nazionale ingegneri, Angelo Domenico Perrini, e il presidente del Consiglio nazionale architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori, Massimo Crusi.
Secondo l’analisi, dal 1968, anno del terremoto della Valle del Belice, il nostro Paese ha stanziato oltre 135 miliardi di euro, di cui 20 andranno spesi da qui al 2047, per far fronte ai danni provocati dagli 8 terremoti distruttivi che hanno colpito la penisola negli ultimi 60 anni. Un’azione importante e necessaria che, però, non ripara dagli effetti secondari dei terremoti e che non mette in sicurezza il patrimonio immobiliare italiano estremamente vulnerabile.
Secondo una stima presentata durante l’evento, oggi in Italia sono circa 18 milioni gli immobili a uso residenziale a rischio sismico e che necessiterebbero di interventi immediati, una grande opera di manutenzione straordinaria che richiederebbe una spesa di 219 miliardi di euro, tenendo conto delle diverse aliquote a seconda del rischio sismico e delle agevolazioni del Sisma bonus. Servirebbero, quindi, poco più di 7 miliardi di euro all’anno per 30 anni per mettere in sicurezza il nostro patrimonio immobiliare e per mitigare il rischio degli effetti secondari che un evento sismico potrebbe portare con sé.
‘Cominciamo a progettare e a utilizzare le risorse che sono già rese disponibili da diversi anni- ha dichiarato il ministro Musumeci- Purtroppo è mancata una pianificazione seria, concreta ed è per questo che oggi annunciamo l’avvio del programma nazionale per la prevenzione sismica, che prevede un primo stanziamento di 250 milioni di euro, con una gradualità destinata a durare almeno 10 anni. Noi riteniamo che la prevenzione strutturale oggi sia il primo obiettivo che ogni governo, a qualsiasi livello deve porre in testa alla propria programmazione’.
Durante l’evento è stato presentato uno studio sui costi indiretti dei sismi, quelli che si aggiungono ai danni subiti dalle persone e dagli edifici, e che vanno a impattare in maniera severa sulle economie dei territori coinvolti. L’analisi ha preso in esame 3 terremoti distruttivi, Valle del Belice, Friuli Venezia Giulia e Irpinia, e per ciascuno ha analizzato 4 parametri: effetti sul Pil, sull’occupazione, sulla demografia e sui beni culturali. Quello che emerge è che le ferite aperte dai sismi vanno ben oltre i danni riscontrabili nell’immediato, ma si insinuano nel tessuto economico dei territori penalizzandone la crescita per gli anni a venire. Ad esempio, l’analisi mostra come il PIL dei comuni colpiti dagli eventi sia in calo per tutte le zone, Belice -2,8% e Irpinia -12%. Situazione diversa per il Friuli, dove l’effetto di ammodernamento della ricostruzione, il cosiddetto ‘building back better’, consentì il passaggio da un’economia agricola a un’economia industriale con un conseguente aumento del PIL del 20%. Ma non solo, guardando il tasso di disoccupazione vediamo che nel Belice e in Irpinia è arrivato rispettivamente a 25,50% e 27,30% ben oltre la media italiana oggi stimata al 5,8% (fatta eccezione per il Friuli che si attesta su 4,6%). Per quanto riguarda lo spopolamento, la presenza della popolazione residente è arrivata a toccare nel Belice un -10% e in Irpinia un -8,6%. Infine sulla perdita dei beni culturali, si registrano percentuali altissime, 100% nel Belice e 70% in Irpinia.
‘Si intuisce che sarebbe più opportuno mitigare e prevenire, intervenendo almeno sulla quota parte di costruito più ad alto rischio (per criticità nello stato di conservazione e sicurezza statica o per localizzazione nelle zone a più elevata probabilità sismica)- ha commentato il presidente della Fondazione Inarcassa, Andrea De Maio- un piano nazionale di prevenzione sismica di carattere ordinamentale può rappresentare un primo importante e innovativo passo, al quale occorre affiancare azioni di lungo periodo che, necessariamente, devono partire dalla conoscenza dello status del patrimonio immobiliare e prevedere finanziamenti costanti nel tempo per affrontare, adeguatamente, la sfida della Prevenzione sismica in questo Paese. Affrontando il problema del rischio sismico, secondo una logica di prevenzione sismica programmata, lo si potrebbe trasformare in un’opportunità, consentendo non solo il risparmio di tutti i costi diretti ed indiretti connessi ad un terremoto, ma anche attivando una leva importante per favorire la crescita e lo sviluppo socioeconomico dei territori’.
Per Massimo Crusi, presidente del Consiglio nazionale degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori, ‘in un paese fragile come il nostro ripetutamente colpito da catastrofi naturali, cui si aggiunge il problema di un patrimonio edilizio e infrastrutturale sempre più caratterizzato da obsolescenza, va assolutamente alimentata la cultura della prevenzione e della manutenzione. La sicurezza e il benessere dei cittadini devono rappresentare uno dei maggiori obiettivi strategici della politica, ciò può attuarsi solo con il sostegno ad azioni di rigenerazione urbana. Serve infatti fornire percorsi di trasformazione per città e territori italiani con un approccio innovativo al governo del territorio, con programmi di intervento organici, finalizzati a ricomporre in forma unitaria i diversi contesti urbani e territoriali. Una attenzione particolare va riservata al nostro patrimonio culturale dove i danni sono a volte difficilmente recuperabili. In questo caso la prevenzione e la manutenzione sono assolutamente prioritari: si tratta infatti di preservare la nostra identità culturale’.
Intervenire per prevenire, quindi, è il primo passo necessario, considerando che il patrimonio immobiliare italiano è estremamente vulnerabile rispetto agli eventi sismici. Secondo i dati presentati oggi, infatti, 12 milioni di edifici utilizzati per uso residenziale sono stati costruiti prima del 1971, il 57% del totale, e meno del 3% di tutti gli immobili censiti è stato costruito a partire dal 2008, momento in cui le norme tecniche per le costruzioni hanno iniziato a focalizzarsi considerevolmente sulla prevenzione sismica. Se poi andiamo a guardare lo stato di salute di questi edifici, complessivamente solo il 32% dell’intero costruito a scopo abitativo si trova in ottime condizioni (percentuale che scende intorno al 20% se si considerano solo gli immobili costruiti prima del 1960).
‘L’ammontare delle spese sostenute dallo Stato, dal 1968 ad oggi, per gli interventi in emergenza e per la ricostruzione è molto consistente- ha affermato Angelo Domenico Perrini, presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri- Da tempo sosteniamo che sarebbe molto più utile intervenire in modo capillare e ben calibrato, a seconda delle caratteristiche e livelli di rischio dei singoli territori del Paese, con opere per la mitigazione del rischio sismico e la messa in sicurezza degli edifici. Qualcosa è stato fatto col sismabonus ordinario e il Supersismabonus. Tuttavia, questi interventi non sono mai ricaduti in un quadro organico o in una sorta di Piano chiaramente definito nei costi, nelle modalità di finanziamento, nelle modalità di intervento nei singoli territori e nei tempi di realizzazione delle opere. Il punto nodale resta la sostanziale carenza di dati di dettaglio sullo stato del patrimonio edilizio e gli eventuali interventi di ristrutturazione realizzati negli anni. Serve dunque un cambio di passo per riuscire a focalizzare bene gli obiettivi e gli strumenti di intervento, tentando di passare dalle ipotesi all’azione. Non è semplice, ma anche momenti come questa Giornata della prevenzione del rischio sismico possono essere l’occasione per una forte spinta al cambiamento’.